Vaso rotto


C’era una volta, in un piccolo villaggio alle pendici di una montagna, una giovane donna di nome Aiko. Era conosciuta da tutti per la sua abilità nel lavorare la ceramica. Le sue mani sembravano danzare sulla creta, modellando vasi, ciotole e piatti con una grazia che incantava chiunque li osservasse. Ma ciò che la rendeva davvero speciale non era solo la sua abilità tecnica, bensì la capacità di infondere una storia in ogni pezzo.


Ogni vaso che creava aveva una forma unica, una bellezza che cresceva col tempo. Un giorno, Aiko decise di creare un vaso speciale per celebrare il ritorno della primavera. Doveva essere un capolavoro. Il più bello che avesse mai realizzato. Ma quella notte una tempesta improvvisa colpì il villaggio. Al mattino, Aiko trovò il suo vaso più prezioso a terra, distrutto in mille pezzi.


Passarono giorni di tristezza. Aiko non riusciva a riprendersi dalla perdita. Continuava a fissare quei frammenti, incapace di toccarli, incapace di scegliere cosa fare. Un giorno, una vecchia saggia del villaggio, conosciuta come nonna Hana, le si avvicinò mentre contemplava i resti del vaso:

“Non ti preoccupare, Aiko,” le disse con un sorriso gentile. “La bellezza non sta nella perfezione. Le cicatrici fanno parte della nostra storia e possono diventare la chiave per una bellezza ancora più profonda.”


Parole che risuonano anche nella Scrittura:

“Il Signore è vicino a quelli che hanno il cuore spezzato” (Salmo 34:18).


Aiko la guardò, confusa. “Ti insegnerò una tecnica antica,” continuò nonna Hana. “Un modo per riparare il tuo vaso. Si chiama kintsugi, che significa riparazione con oro.”

Ed è qui che questa storia parla anche di noi.


Quel vaso rotto che guardiamo con tristezza, con dispiacere, che non riusciamo nemmeno a toccare, è la nostra vita. Sono i nostri errori, il nostro passato, le ferite che cerchiamo di nascondere.

Aiko era bloccata davanti a quei pezzi spezzati. Non affrontava il problema. Non sceglieva. Anche noi, a volte, scegliamo di non guarire. Di non ricostruire. Di non affrontare. Di non prendere decisioni. Nascondiamo quei frammenti dietro un velo, dipingendo l’immagine di un vaso perfetto. Ma quella è solo apparenza. I pezzi rotti sono reali. Sono presenti. Sono veri.


La Bibbia ci ricorda:

“Noi siamo l’argilla e Tu sei colui che ci forma” (Isaia 64:8).

E l’argilla, per essere modellata, deve passare tra le mani del Vasaio.


Non è nascondendo che si guarisce, ma affrontando. Presentandoci al dolore, vivendo il lutto, attraversando le ferite. Assumendoci la responsabilità dei nostri errori e confessando il nostro peccato. Perché “se confessiamo i nostri peccati, Egli è fedele e giusto da perdonarci” (1 Giovanni 1:9). È lì che avviene la guarigione del tuo cuore.


Quei cocci sono parti del nostro cuore ferito. Ferite che ancora oggi sanguinano perché non abbiamo permesso che venissero sanate. Bisogna che lasciamo a Dio il controllo. 


Quando ci arrendiamo a Dio la grazia di Cristo riempie i nostri vuoti, il Suo perdono ricompone le nostre crepe, la nostra deformità viene ridisegnata in modo unico e ancora più bello; sono quelle cicatrici che ci ricordano ancora una volta che ce l'abbiamo fatta e non eravamo soli! La vergogna ci impedisce di parlarne ma è la nostra stessa vergogna che si trasforma in coraggio e 

il nostro dolore diventa benedizione.


Come dice Paolo:

“La mia grazia ti basta, perché la mia potenza si manifesta pienamente nella debolezza” (2 Corinzi 12:9).


Aiko imparò una lezione che avrebbe portato con sé per tutta la vita: le rotture, sia fisiche che emotive, non sono il segno di una fine, ma l’inizio di una nuova bellezza. Da quel giorno non temeva più le cicatrici, perché sapeva che ogni crepa poteva essere riempita di luce.


Ricorda sempre che in Cristo nulla è troppo rotto per essere restaurato. E ciò che è stato spezzato  può diventare più forte ed una  testimonianza della Sua gloria.


Lascia che ci sia qualcuno a porti la mano per aiutarti a Risplendere!

Commenti

Etichette

Mostra di più

Post più popolari